Pomigliano d'Arco fu devastata il 20 e 21 gennaio 1799 da una brutale rappresaglia francese durante le "Tre Giornate di Napoli", quando le truppe napoleoniche rasero al suolo case, chiese e vite umane per punire un attacco locale e terrorizzare l'hinterland borbonico.
Il contesto: insorgenze e marcia punitiva
Dopo la caduta della Repubblica Partenopea (dicembre 1798-gennaio 1799), Napoli insorse contro i francesi con la rivolta "lazzara" (21-23 gennaio). Per reprimere i soccorsi dall'agro nolano, l'esercito transalpino da Aversa scelse Pomigliano come "esempio". Il 20 gennaio, gruppi di "male intenzionati" pomiglianesi assalirono un accampamento francese a Villanova (Acerra), inquietando le guardie e scatenando la vendetta. L'ufficiale Paul Thiébault nelle memorie confermò: "Pomigliano d’Arco, preso a passo di carica, fu incendiato, ed i suoi abitanti passati per le armi".
L'attacco notte-alba: cronaca del terrore
All'alba del 21 gennaio, un distaccamento di cacciatori a cavallo circondò il paese da più fronti. Il notaio Carmine De Falco, testimone oculare, scrisse nel suo diario: "La Truppa Francese diede un assalto a questa Terra – saccheggiò quasi tutto il paese; pose fuoco a moltissime case, incendiando case, chiese e palazzi; la popolazione fuggì spaventata". I soldati entrarono casa per casa, depredando argenti, reliquie e derrate; appiccarono incendi sistematici, risparmiando solo il Monastero dei Carmelitani. Pietrabondio Drusco, cronista locale, aggiunse: "Si fece gran fuoco dalle case […] diciassette paesani persero la vita […] e gli altri si salvarono con la fuga".
Testimonianze dirette e bilancio delle vittime
Salvatore Cantone nei "Cenni Storici di Pomigliano d'Arco" (1923) raccoglie le fonti primarie: De Falco descrive "rovine fumanti" e profughi sparsi; Thiébault ammette esecuzioni sommarie. Il bilancio ufficiale fu di 17 morti, ma il terrore paralizzò il paese: donne, bambini e anziani fuggirono verso Nola e Acerra, lasciando un paesaggio di cenere. La statua di San Felice in Pincis fu miracolosamente nascosta dai fedeli nella chiesa madre, sottraendola al saccheggio, aneddoto tramandato nei Cunti pomiglianesi e nella memoria parrocchiale.
Eredità nella storia locale
Pomigliano, feudatario dei Carafa, pagò lo scotto dell'insorgenza borbonica in un contesto di repressioni campane (Marzano di Nola, Somma Vesuviana). L'episodio segnò l'Ottocento: rovine da ricostruire, economia agraria colpita, sfiducia verso i francesi. Cantone lega il fatto al declino del sec. XVIII, con stragi che "sgocciolarono" nel XIX. Oggi, il ricordo sopravvive nei documenti di De Falco (conservati localmente) e nelle narrazioni orali, simbolo di resilienza contadina.
Quel gennaio 1799 Pomigliano bruciò, ma non si arrese. La statua di San Felice, salva tra le mura, veglia ancora sul suo popolo.




